paralipomeni
/paraliˈpɔmeni/
Significato
Sostantivo maschile plurale che designa l'insieme di cose omesse, tralasciate o aggiunte in un secondo momento a un'opera già compiuta, quasi a colmarne le lacune o a integrarne il disegno originario. Il termine indica propriamente supplementi, appendici o complementi a un'opera precedente, spesso di carattere erudito, storico o letterario. Nell'uso colto contemporaneo, evoca il fascino di ciò che è stato lasciato ai margini del discorso principale, di ciò che sopravvive come traccia residuale, riflessione postuma o glossa marginale rispetto al corpo di un'opera. È termine di raffinata patina classica, usato con parsimonia dagli scrittori più eruditi.
Origine ed etimologia
Il vocabolo deriva dal greco tardo παραλειπόμενα (paraleipómena), participio presente medio-passivo neutro plurale del verbo παραλείπω (paraleípō), composto da παρά (parà, 'presso, al margine di') e λείπω (leípō, 'lasciare, tralasciare'). Significa dunque letteralmente 'le cose lasciate da parte'. Il termine entrò nell'uso attraverso la traduzione greca dei Settanta, dove Paraleipómena era il titolo dei libri delle Cronache dell'Antico Testamento, intesi come supplemento ai libri dei Re. Da qui passò al latino ecclesiastico e nel Rinascimento fu ripreso dagli eruditi per indicare aggiunte e supplementi a opere precedenti.
Esempio d'uso
Nei suoi ultimi anni Leopardi si dedicò alla stesura dei Paralipomeni della Batracomiomachia, poema eroicomico in cui, dietro la satira degli animali in guerra, si celano acuminate allegorie politiche sui moti risorgimentali e sulla restaurazione austriaca in Italia.
Curiosità
- Il poema leopardiano dei Paralipomeni fu talmente scomodo politicamente che fu pubblicato postumo a Parigi nel 1842 da Antonio Ranieri, e in Italia circolò clandestinamente durante gli anni della Restaurazione a causa delle sue esplicite allusioni antiaustriache e antipapali.
- Nella cultura tedesca esiste un celebre pendant filosofico: Parerga und Paralipomena di Arthur Schopenhauer, pubblicato nel 1851, raccolta di saggi che rese finalmente famoso il filosofo dopo decenni di oblio, dimostrando la fecondità intellettuale del genere 'supplementare'.
- Il termine ha generato in filologia moderna la nozione di 'paralipomenistica', studio delle varianti d'autore, delle stesure abbandonate e dei materiali preparatori: un intero ramo della critica testuale novecentesca, sviluppato particolarmente da Gianfranco Contini e dalla scuola della critica delle varianti.
Citazioni celebri
Ma non temer: ché di sua sorte è privo il tuo nemico anch'ei, se ben ti spiacque.
— Giacomo Leopardi
I libri dei Paralipomeni completano quanto è narrato nei libri dei Re.
— San Girolamo
Ogni opera compiuta lascia dietro di sé un'ombra di paralipomeni, di cose che avrebbero voluto essere dette.
— Cesare Garboli
Riferimenti culturali
- I Paralipomeni della Batracomiomachia di Giacomo Leopardi, composti tra il 1831 e il 1837 e pubblicati postumi nel 1842, rappresentano il capolavoro satirico del poeta recanatese: otto canti in ottave che, riprendendo il poemetto pseudo-omerico sulla guerra tra rane e topi, allegorizzano gli eventi italiani del 1820-21.
- Nella tradizione filologica italiana, il termine è stato usato da Benedetto Croce nei suoi Paralipomeni ai saggi crociani, e nel Novecento Vincenzo Cardarelli e altri intellettuali della rivista La Ronda impiegarono il vocabolo per designare scritti minori e postille alle proprie opere maggiori.
- La Bibbia di Gerusalemme e altre traduzioni italiane cattoliche conservano ancora la denominazione 'Paralipomeni' come titolo alternativo per i due libri delle Cronache dell'Antico Testamento, testimoniando la persistenza colta del termine nel lessico ecclesiastico italiano.
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