crepuscolarismo
/krepuskolaˈrizmo/
Significato
Movimento poetico italiano dei primi anni del Novecento, caratterizzato da toni dimessi, malinconici e antieroici, in aperta reazione all'enfasi dannunziana e alla retorica carducciana. Più in generale, il termine designa un atteggiamento estetico e esistenziale improntato alla rassegnazione sommessa, al gusto per le piccole cose, per gli ambienti provinciali, per gli affetti domestici e per una vita vissuta in sordina, nell'ombra sfumata di un'epoca che tramonta. Nel linguaggio critico indica anche la poetica del declino, della nostalgia misurata e della quotidianità minuta elevata a materia lirica.
Origine ed etimologia
Il termine fu coniato dal critico Giuseppe Antonio Borgese in una recensione apparsa sulla «Stampa» di Torino il 1° settembre 1910, dedicata ai poeti Marino Moretti, Fausto Maria Martini e Carlo Chiaves, dei quali Borgese scrisse che rappresentavano «una voce modesta che canta sommessa il crepuscolo della gloriosa poesia italiana». La radice è il latino crepusculum, diminutivo di creper («oscuro», «dubbioso»), che designa la luce incerta dell'alba o del tramonto. Il suffisso -ismo lo trasformò in etichetta programmatica, estesa poi a Guido Gozzano, Sergio Corazzini, Aldo Palazzeschi e altri.
Esempio d'uso
Nella sua tesi di laurea sul crepuscolarismo, Elena analizzò con fine sensibilità il modo in cui Gozzano trasfigurava gli oggetti polverosi dei salotti borghesi in emblemi di una civiltà al tramonto, cogliendo l'ironia dolente che percorre le «buone cose di pessimo gusto».
Curiosità
- I poeti crepuscolari rifiutarono quasi sempre l'etichetta: Palazzeschi la trovava riduttiva, Gozzano preferiva definirsi un «buon borghese» e Moretti parlava semplicemente di «poesia delle cose umili», rivendicando un'autonomia che la critica ha poi sistematicamente ignorato.
- Il crepuscolarismo precedette di pochissimo l'avvento del Futurismo marinettiano (1909), configurandosi come l'esatto rovescio speculare: dove Marinetti esaltava velocità e macchina, i crepuscolari celebravano buffet polverosi, giardini provinciali e domeniche piovose nelle piccole città italiane.
- Eugenio Montale, pur essendo di generazione successiva, riconobbe apertamente nei crepuscolari — specialmente in Gozzano — i propri maestri ideali, dichiarando che da loro aveva imparato la lezione dell'oggetto quotidiano trasfigurato e del lessico prosastico immesso nella lirica.
Citazioni celebri
Io mi vergogno, sì, mi vergogno d'essere un poeta!
— Sergio Corazzini
Io non amo che le rose che non colsi. Io non amo che le cose che potevano essere e non sono state.
— Guido Gozzano
Lascia che io sia una piccola cosa, nel grande silenzio.
— Marino Moretti
Riferimenti culturali
- «I colloqui» di Guido Gozzano (1911) rappresenta il manifesto involontario del crepuscolarismo: la celebre poesia «L'amica di nonna Speranza» ricostruisce con ironia e tenerezza un salotto ottocentesco popolato di «buone cose di pessimo gusto».
- Sergio Corazzini, morto ventunenne di tubercolosi nel 1907, scrisse il «Piccolo libro inutile» e la commovente «Desolazione del povero poeta sentimentale», manifesto della rinuncia all'eroismo lirico e dell'autoironia dimessa del nuovo poeta borghese.
- La rivista romana «Cronache latine» e il cenacolo di via dei Serpenti riunirono i poeti crepuscolari romani, mentre a Torino Gozzano frequentava il salotto di Amalia Guglielminetti, con cui ebbe un celebre carteggio amoroso oggi conservato.
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