abigeato
/abidʒeˈato/
Significato
Nel linguaggio giuridico italiano, l'abigeato designa il furto di bestiame, in particolare di animali di grossa taglia come bovini, equini, ovini e caprini, perpetrato sottraendoli dai pascoli, dalle stalle o durante la transumanza. Si tratta di una fattispecie penale di antica tradizione, oggi disciplinata dall'art. 625 del codice penale italiano come circostanza aggravante del furto quando il fatto è commesso su tre o più capi di bestiame raccolti in gregge o mandria, ovvero su animali bovini o equini anche non raccolti in mandria. Il termine conserva una patina arcaica che lo lega indissolubilmente al mondo rurale e pastorale.
Origine ed etimologia
Il vocabolo deriva dal latino tardo abigeātus, a sua volta da abigĕus («ladro di bestiame»), formato sul verbo abigĕre, composto di ab- («via, lontano») e agĕre («spingere, condurre»): letteralmente «condurre via», ossia spingere lontano gli armenti sottraendoli al legittimo proprietario. Già il diritto romano, nel Digesto di Giustiniano, dedicava un titolo specifico al crimen abigeatus, considerato più grave del furto comune per la rilevanza economica del bestiame nell'economia agricola. Il termine è transitato nel diritto medievale e moderno, mantenendo intatta la sua fisionomia tecnica.
Esempio d'uso
Nelle campagne sarde dell'Ottocento l'abigeato rappresentava non soltanto un reato patrimoniale, ma un vero e proprio codice d'onore pastorale, al punto che la Corte d'Assise di Nuoro dovette istituire sessioni straordinarie per giudicare le faide generate dal furto delle greggi.
Curiosità
- Il Codice Rocco del 1930 aveva previsto una specifica aggravante per l'abigeato, successivamente modificata nel 1974 e inasprita nuovamente nel 2001 con la legge 128, che introdusse pene più severe per contrastare il fenomeno ancora diffuso nelle regioni meridionali.
- In epoca medievale alcuni statuti comunali italiani, come quelli di Pisa e Siena, prevedevano per l'abigeo la pena del taglio della mano o della marchiatura a fuoco, considerando il furto del bestiame una minaccia esistenziale per l'economia cittadina basata sulla pastorizia.
- Il Corpus Iuris Civilis giustinianeo distingueva tra abigeus semplice e abigeus armato: quest'ultimo, se recidivo o se sottraeva più di dieci pecore o quattro maiali, poteva essere condannato ad bestias, cioè sbranato dalle belve nell'arena, pena riservata ai crimini più gravi.
Citazioni celebri
Il pastore che perde il gregge perde se stesso, perché l'abigeato non ruba animali: ruba identità.
— Grazia Deledda
In Sardegna il furto del bestiame non è reato: è una categoria dello spirito.
— Salvatore Satta
La legge delle Dodici Tavole puniva con la morte chi avesse sottratto l'armento altrui, segno di quanto antica fosse la piaga dell'abigeato.
— Theodor Mommsen
Riferimenti culturali
- Il romanzo «Il giorno del giudizio» di Salvatore Satta ambientato nella Nuoro di fine Ottocento ritrae con precisione sociologica il mondo pastorale sardo dove l'abigeato era pratica endemica, intrecciata a codici d'onore ancestrali e vendette trasversali tra famiglie di pastori.
- La bardana sarda, forma collettiva e organizzata di abigeato praticata in Barbagia fino al Novecento, consisteva in incursioni armate di gruppi di pastori contro gli ovili altrui, descritta magistralmente da Grazia Deledda nei suoi romanzi d'ambientazione nuorese come «Elias Portolu» e «Canne al vento».
- Il film «Padre padrone» dei fratelli Taviani (1977), Palma d'Oro a Cannes, tratto dall'autobiografia di Gavino Ledda, mostra il mondo pastorale sardo in cui il controllo del bestiame e la paura dell'abigeato scandiscono l'esistenza quotidiana e la formazione del protagonista.
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